Facebook può fare esperimenti su di noi. E noi, tutti zitti. Tanto siamo dipendenti.

Gli esperimenti su Facebook

 

“Non accettiamo che una ditta farmaceutica provi in segreto un farmaco su di noi. Eppure, tolleriamo gli esperimenti via social network”.

Questa frase è stata pronunciata da Jaron Lanier, guru del web (e molto altro).

È una frase che fa pensare. Vediamo perché.

 

COSA è SUCCESSO?

Come scritto in questo articolo di Internazionale, nel 2012 Facebook ha condotto un esperimento psicologico sulle emozioni di quasi 700mila utenti senza che questi lo sapessero.

Per una settimana un gruppo di scienziati ha “manipolato” l’algoritmo che regola il news feed di Facebook, la pagina principale dove ogni utente vede gli aggiornamenti postati dai suoi contatti.

A seconda delle indicazioni dei ricercatori, l’algoritmo nascondeva automaticamente le parole o le immagini legate a stati d’animo negativi, oppure quelle legate a stati d’animo positivi, e i ricercatori registravano le reazioni degli utenti. L’obiettivo era scoprire se sui social network le emozioni sono influenzate dal contesto, in modo simile alla vita reale.

 

CHI è STATO?

Gli autori della ricerca sono:

  1. Adam D. I. Kramer
    • aCore Data Science Team, Facebook, Inc., Menlo Park, CA 94025; and
  2. Jamie E. Guillory
    • Departments of bCommunication and
  3. Jeffrey T. Hancock
    • Departments of bCommunication and
    • cInformation Science, Cornell University, Ithaca, NY 14853

Facebook ha ovviamente permesso tutto questo. Perché?

Perché esperimenti di questo genere sono legali in quanto previsti dalle condizioni d’uso che ogni utente firma quando si iscrive al social network.

 

I RISULTATI

La manipolazione sembra aver cambiato realmente l’umore degli utenti: “Le persone a cui è stata ridotta la quantità di contenuti positivi nel news feed hanno cominciato a scrivere più frasi dal tono negativo e meno parole positive. Quando la negatività è stata ridotta, il modello si è invertito”.

Lo studio ha dunque certificato che le emozioni/gli stati emotivi si possono trasmettere anche senza che le persone siano fisicamente una accanto all’altra e senza interazione diretta con chi è di buono oppure di cattivo umore.

Basta uno status, insomma.

Lo studio è disponibile a questo link.

 

Comunque, da questa notizia ho tratto (tra le altre) due conclusioni:

 

1)   La nostra vita è quotidianamente influenzata dal newsfeed di Facebook.

E, visto che il newsfeed è fatto prevalentemente di notizie dei nostri contatti, ecco che la nostra giornata e il nostro umore viene segnato da quello che gli altri dicono e condividono.

Quello della “gabbia di Facebook” è un fenomeno importante, che evidenzia come molte persone ormai limitino la propria fonte di informazioni quotidiana al proprio newsfeed: si limitino insomma a quello che viene pubblicato dal proprio recinto di contatti.

È la logica del gatekeeping, tanto cara alle redazioni dei giornali/tg tradizionali. Mi viene in mente il meccanismo dell’agenda setting: ora sono i nostri contatti a decidere quali notizie condividere, costruendo il nostro “giornale” quotidiano.

È una cosa positiva? Non so.

Forse no. Tantomeno se le notizie che vengono condivise dai nostri contatti hanno il potere di far cambiare il nostro umore.

 

2)   Siamo ormai dipendenti da Facebook.

Non riusciamo a farne a meno, non possiamo farne a meno. Lanciare l’applicazione o andare su facebook.com è ormai un’azione naturale come andare in bagno.

E quando vengono rivelate notizie come questa, non ci indigniamo più, o non lo facciamo abbastanza. In un momento storico in cui si parla sempre più spesso di etica nella sperimentazione, questa notizia non ha prodotto il clamore che avrebbe dovuto. Non c’è stata nessuna ribellione, nessun comitato, nessuno sciopero dal social network più popolare.

Come mai? Forse è proprio per via della prima frase del punto 2: siamo ormai dipendenti da Facebook.

 

Facebook cavie

 

 

 

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